25 marzo 2018: domenica delle Palme

Mar 24 2018

Domenica delle Palme

Domenica 25 marzo 2018

Abbà, non ciò che io voglio ma ciò che vuoi tu (Mc 14,32-38)

Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole».ladomenica.it_domenica_palme

 

Il momento angosciante che segue l’ultima cena di Gesù difficilmente può essere una invenzione narrativa dell’evangelista perché, a differenza di tanti elementi del racconto della passione, non riecheggia nessun testo dell’Antico Testamento. E’ molto probabile che sia tramandato dal ricordo storico di chi stava con Lui e ha potuto percepire da vicino l’angoscia che Gesù sentiva. Sì, possiamo dirlo chiaramente: Gesù aveva paura di morire e soprattutto di morire in quel modo, di affrontare la sofferenza e l’oltraggio, l’esposizione alla gogna. E’ un uomo che di fronte al grande momento è terrorizzato e lo confessa candidamente: lo spirito è forte ma la carne è debole; sente il bisogno di avere vicino a sé le persone più amiche anche se non sono all’altezza della situazione e uno di loro addirittura lo rinnegherà poco dopo. Ma non vuol restare solo, è un uomo come tutti noi che ha dei cedimenti. Cosa rende diverso il momento, rispetto all’esperienza più comune? Gesù non smette di sentire vicino un Dio visto come Padre amorevole, Abbà, nome con cui ci si rivolgeva nella lingua di Gesù (l’aramaico) al proprio padre, con quel senso misto di rispetto e di confidenza amorevole. La sua vita è trascorsa nel continuo dialogo con il Padre, che spesso avveniva nel silenzio della notte, mentre il giorno si dedicava agli altri. Un Dio che è stato accanto sempre accanto al popolo sofferente, che ha nutrito i suoi figli nel deserto, li ha riportati dall’esilio, ha donato loro una terra. Un Dio che non chiede sacrifici ma dona gratuitamente la sua protezione. A questo Dio ci si può rivolgere con confidenza come Abramo, Mosè, Davide, Elia e Giobbe e gli si può chiedere di allontanare il male come ha insegnato a pregare anche ai suoi discepoli e del quale ci si può fidare anche se non si capiscono fino in fondo i suoi disegni. Ecco perché gli evangelisti, nonostante l’imbarazzo di presentare un Gesù troppo umano, hanno tramandato quel ricordo autentico: essi stessi, infatti, di fronte a uno stato prepotente e all’odio di chi li perseguitava, sperimentavano paura e angoscia e sentivano di dover fare come il loro Maestro: ricorrere a un Dio che è Padre e che si prende cura proprio nei momenti più difficili, quando l’odio dell’altro vuole uccidere la speranza.

Don Michele Tartaglia

Parroco Cattedrale Campobasso

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